Cercando di tirare le somme di un lavoro comunque parziale e per forza di cose incompiuto, ci sono alcune considerazioni che vorrei fare: la prima riguarda il periodo storico che ho deciso di prendere in esame; ad una prima occhiata potrebbe sembrare che il lavoro sia eccessivamente sbilanciato sul presente e non scenda abbastanza a fondo nella ricerca sugli anni 70. Forse in parte è così, l’urgenza che sento nell’affrontare questa realtà mi porta a collegarmi continuamente con la situazione attuale. Credo però che ci sia un motivo profondo che mi spinge a farlo, un motivo organico alla struttura stessa e alla storia della camorra, e dell’Italia degli ultimi 30 anni. I nomi. I nomi sono sempre gli stessi, immutabili, come se non fosse cambiato niente dal 1977 a oggi; le nuove (all’epoca) leve che presero il potere sconfiggendo i cutoliani stanno ancora lì, detengono oggi più che mai il potere economico e imprenditoriale (oltre che militare). Nuvoletta, Mallardo, Di Lauro, cambiano boss e capi, ma la matrice rimane sempre la stessa; l’unico fatto veramente nuovo è rappresentato dall’ascesa dei Casalesi, che a partire dagli anni ’90 hanno imposto sempre più la loro egemonia con faide ogni volta più sanguinose. Ma la sostanza rimane immutata: a partire dagli anni ’70, e in particolare dalla seconda metà, il potere camorristico è andato sempre più focalizzandosi sugli aspetti economico-imprenditoriali, generando una sorta di circolo vizioso/virtuoso che ha permesso di riversare ingenti (enormi, illimitate) quantità di denaro illegale (narcotraffico, contrabbando ed estorsione in primis) nell’economia legale, che a “sciacquato” questo denaro, riconvertito in edilizia, commercio, imprenditoria, finanza assolutamente legali. Di fronte a questo cambiamento epocale (non più criminalità organizzata ma sistema economico globale che trova il suo plusvalore nel segmento criminale), i media hanno mantenuto immobile lo stesso sguardo miope su morti, sparatorie, periferie degradate e immaginario da terzo mondo. Mi viene in mente ancora una volta Pasolini, quando parlava degli abitanti delle borgate romane come di un popolo essenzialmente astorico, non toccato dal progresso e dallo sviluppo, lasciato nella sua emarginazione “primitiva” da una Storia estranea ad esso. I ragazzi di Scampia, di Secondigliano, di Casal di Principe, lo spaccio per le strade, le faide, Cutolo o Sandokan Schiavone riflettono qualcosa di simile ma al tempo stesso di profondamente diverso. Astorica è l’inarrestabile, eterna morsa che stringe da più di 30 anni le terre di camorra in una realtà locale fatta di ignoranza, prepotenza, coercizione, miseria (morale e fisica), omertà, antistatalismo. Assolutamente al passo coi tempi è la modificazione imprenditoriale della camorra, alfiere sfrenato del neoliberismo nella sua accezione più pura e spietata; i boss non sono più (se ma lo sono stati dal dopoguerra in poi) coppola e lupara. I boss sono imprenditori, costruttori, manager, burocrazia tecnica laureata, amministratori. E sanno sfruttare appieno le tecniche della società dello spettacolo, imponendo la loro immagine terribile e vincente, anche se destinata a finire con la morte, nell’immaginario collettivo. Nelle mie ricerche (sicuramente non a tappeto) non ho trovato niente di tutto questo; anzi, molto spesso non ho trovato alcunché.
Il libro L’ultimo Sangue, che mi sono procurato recentemente, è un esempio lampante di ciò che vado dicendo. Una carrellata di morti, di urla, di stragi che veramente non aggiungono nulla, se non altro dolore di fronte alla brutalità ferina dei camorristi; ma non è fermandosi alle foto sui luoghi dei delitti che si può comprendere il Sistema; forse questo libro rafforza la tesi pasoliniana, forse era proprio questo ciò che si proponevano gli autori, mostrare una città morta, in cui i morti sono tutti uguali, sono sempre gli stessi, in cui mai niente potrà mai cambiare, in cui la Storia non esiste. Forse è così, e forse no. Di sicuro questo è ciò che vuole la camorra. Lo sguardo è un’arma potente, così come la parola, ed è in grado, quando si propone di capire e non semplicemente di mostrare acriticamente, di mettere in crisi meccanismi che sembrano immutabili. Se è possibile strappare un’immagine vera e propria ai clichè (Deleuze), allora è ancora possibile smontare e mostrare i passaggi, collegare e ricostruire i percorsi. Questo è ciò che fa la fotografia, il cinema, l’immagine. Produce senso, non ribadisce un dato di fatto. E allora anche nel libro di cui sopra possiamo trovare un monito; quelle immagini esistono perché c’è una realtà che le produce, e da quelle immagini, da quella realtà bisogna farsi angosciare (Sontag). Nessuno può rimanere indifferente. Ma c’è un’altra realtà di cui quasi non esiste immagine, relegata in un limbo oscuro che aspetta di essere illuminato dallo sguardo. È una realtà talmente evidente da risultare sfuggente, che è quotidianamente sotto ai nostri occhi e per questo sembra invisibile, come l’aria. Non la vedi, ma c’è. È più difficile mostrarla perché forse fa meno rumore degli spari, ma è la sostanza stessa della nostra realtà. In attesa che si possa finalmente cominciare a strapparla dalla dimensione del non visto, finisco con le parole finali del libro che mi ha fatto aprire gli occhi sull’invisibile.
“e così conoscere non è più una traccia di impegno morale. Sapere, capire diviene una necessità. L’unica possibile per considerarsi ancora uomini degni di respirare”. Roberto Saviano, Gomorra.
L’ultima sezione che aggiungo si chiama i luoghi di gomorra, ed è una carrellata (assolutamente superficiale, lo so) di immagini che ho messo insieme cercando di tessere il filo di un discorso mentale alternativo a quello stereotipato e appiattito sul dato di cronaca nera, partendo dagli anni ’70 per arrivare fino ad oggi.

