(non) conclusioni

•Luglio 8, 2007 • Lascia un Commento

Cercando di tirare le somme di un lavoro comunque parziale e per forza di cose incompiuto, ci sono alcune considerazioni che vorrei fare: la prima riguarda il periodo storico che ho deciso di prendere in esame; ad una prima occhiata potrebbe sembrare che il lavoro sia eccessivamente sbilanciato sul presente e non scenda abbastanza a fondo nella ricerca sugli anni 70. Forse in parte è così, l’urgenza che sento nell’affrontare questa realtà mi porta a collegarmi continuamente con la situazione attuale. Credo però che ci sia un motivo profondo che mi spinge a farlo, un motivo organico alla struttura stessa e alla storia della camorra, e dell’Italia degli ultimi 30 anni. I nomi. I nomi sono sempre gli stessi, immutabili, come se non fosse cambiato niente dal 1977 a oggi; le nuove (all’epoca) leve che presero il potere sconfiggendo i cutoliani stanno ancora lì, detengono oggi più che mai il potere economico e imprenditoriale (oltre che militare). Nuvoletta, Mallardo, Di Lauro, cambiano boss e capi, ma la matrice rimane sempre la stessa; l’unico fatto veramente nuovo è rappresentato dall’ascesa dei Casalesi, che a partire dagli anni ’90 hanno imposto sempre più la loro egemonia con faide ogni volta più sanguinose. Ma la sostanza rimane immutata: a partire dagli anni ’70, e in particolare dalla seconda metà, il potere camorristico è andato sempre più focalizzandosi sugli aspetti economico-imprenditoriali, generando una sorta di circolo vizioso/virtuoso che ha permesso di riversare ingenti (enormi, illimitate) quantità di denaro illegale (narcotraffico, contrabbando ed estorsione in primis) nell’economia legale, che a “sciacquato” questo denaro, riconvertito in edilizia, commercio, imprenditoria, finanza assolutamente legali. Di fronte a questo cambiamento epocale (non più criminalità organizzata ma sistema economico globale che trova il suo plusvalore nel segmento criminale), i media hanno mantenuto immobile lo stesso sguardo miope su morti, sparatorie, periferie degradate e immaginario da terzo mondo. Mi viene in mente ancora una volta Pasolini, quando parlava degli abitanti delle borgate romane come di un popolo essenzialmente astorico, non toccato dal progresso e dallo sviluppo, lasciato nella sua emarginazione “primitiva” da una Storia estranea ad esso. I ragazzi di Scampia, di Secondigliano, di Casal di Principe, lo spaccio per le strade, le faide, Cutolo o Sandokan Schiavone riflettono qualcosa di simile ma al tempo stesso di profondamente diverso. Astorica è l’inarrestabile, eterna morsa che stringe da più di 30 anni le terre di camorra in una realtà locale fatta di ignoranza, prepotenza, coercizione, miseria (morale e fisica), omertà, antistatalismo. Assolutamente al passo coi tempi è la modificazione imprenditoriale della camorra, alfiere sfrenato del neoliberismo nella sua accezione più pura e spietata; i boss non sono più (se ma lo sono stati dal dopoguerra in poi) coppola e lupara. I boss sono imprenditori, costruttori, manager, burocrazia tecnica laureata, amministratori. E sanno sfruttare appieno le tecniche della società dello spettacolo, imponendo la loro immagine terribile e vincente, anche se destinata a finire con la morte, nell’immaginario collettivo. Nelle mie ricerche (sicuramente non a tappeto) non ho trovato niente di tutto questo; anzi, molto spesso non ho trovato alcunché.

Il libro L’ultimo Sangue, che mi sono procurato recentemente, è un esempio lampante di ciò che vado dicendo. Una carrellata di morti, di urla, di stragi che veramente non aggiungono nulla, se non altro dolore di fronte alla brutalità ferina dei camorristi; ma non è fermandosi alle foto sui luoghi dei delitti che si può comprendere il Sistema; forse questo libro rafforza la tesi pasoliniana, forse era proprio questo ciò che si proponevano gli autori, mostrare una città morta, in cui i morti sono tutti uguali, sono sempre gli stessi, in cui mai niente potrà mai cambiare, in cui la Storia non esiste. Forse è così, e forse no. Di sicuro questo è ciò che vuole la camorra. Lo sguardo è un’arma potente, così come la parola, ed è in grado, quando si propone di capire e non semplicemente di mostrare acriticamente, di mettere in crisi meccanismi che sembrano immutabili. Se è possibile strappare un’immagine vera e propria ai clichè (Deleuze), allora è ancora possibile smontare e mostrare i passaggi, collegare e ricostruire i percorsi. Questo è ciò che fa la fotografia, il cinema, l’immagine. Produce senso, non ribadisce un dato di fatto. E allora anche nel libro di cui sopra possiamo trovare un monito; quelle immagini esistono perché c’è una realtà che le produce, e da quelle immagini, da quella realtà bisogna farsi angosciare (Sontag). Nessuno può rimanere indifferente. Ma c’è un’altra realtà di cui quasi non esiste immagine, relegata in un limbo oscuro che aspetta di essere illuminato dallo sguardo. È una realtà talmente evidente da risultare sfuggente, che è quotidianamente sotto ai nostri occhi e per questo sembra invisibile, come l’aria. Non la vedi, ma c’è. È più difficile mostrarla perché forse fa meno rumore degli spari, ma è la sostanza stessa della nostra realtà. In attesa che si possa finalmente cominciare a strapparla dalla dimensione del non visto, finisco con le parole finali del libro che mi ha fatto aprire gli occhi sull’invisibile.

“e così conoscere non è più una traccia di impegno morale. Sapere, capire diviene una necessità. L’unica possibile per considerarsi ancora uomini degni di respirare”. Roberto Saviano, Gomorra.

L’ultima sezione che aggiungo si chiama i luoghi di gomorra, ed è una carrellata (assolutamente superficiale, lo so) di immagini che ho messo insieme cercando di tessere il filo di un discorso mentale alternativo a quello stereotipato e appiattito sul dato di cronaca nera, partendo dagli anni ’70 per arrivare fino ad oggi.

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•Luglio 8, 2007 • Lascia un Commento

a chiosa dell’articolo di ieri credo sia interessante postare questo video trovato su youtube.  E’ un servizio fatto in maniera indipendente e poi ritrasmesso da “Ambiente Italia”, programma di rai3; lo trovo un buon esempio dell’equivoco di comunicazione dei media riguardo al sistema camorra. Non è un brutto servizio, anzi, cerca di collegare i vari elementi a disposizione in un piano organico, ma rimane ancora alla superficie del problema, non addentrandosi nell’analisi delle radici; durante tutto il servizio non viene nominata una sola volta la parola camorra,  e si stenta a capire per cosa stiano protestando le varie persone intervistate; sembrano “solo” invettive ambientaliste e non è così. Alcuni altri appunti sparsi: 1 la profonda rabbia nel constatare ancora una volta che iniziative di questo genere vengano organizzate dalla stampa estera, mentre i giornalisti italiani (per i quali nutro un disprezzo ormai vicino all’odio) sono degnamente rappresentati da Lucignolo bella vita. 2 non viene detto con sufficiente chiarezza nel servizio che le ecoballe, già di per sè palliativo poco efficace, vengono usate dai camorristi per nascondere e diluire i rifiuti tossici, che vengono mischiati ai rifiuti normali tramite queste ecoballe. 3 le pecore che si vedono alla fine del servizio non sono dei veri e propri greggi, ma una sorta di copertura per la quale vengono arruolati i pastori della zona, con il compito di fare il palo, la vedetta che avvisa gli addetti allo sversamento in caso di emergenza. 4 è sempre un servizio della rai su Napoli, e quindi via con la tarantella anche quando si parla di tumori…

un caso

•Luglio 6, 2007 • Lascia un Commento

posto l’articolo che Roberto Saviano ha scritto qualche anno fa, prima dell’uscita del suo libro Gomorra, per ricordare Giancarlo Siani, giornalista d’inchiesto ammazzato dalla camorra, quando i suoi articoli cominciarono a gettare troppa luce sui meccanismi che regolavano (e regolano) l’impenditoria criminale.

L’evento risale al settembre del 1985, è un pò fuori dalla cronologia che affrontiamo nel corso, ma ritengo che sia un esempio significativo che mi permette di evidenziare la tesi centrale del mio lavoro. Oggi, così come negli anni ‘70, i prodromi della situazione odierna, qualunque voce si alzi per tirare le fila del discorso sulla camorra, slegandolo dal mero dato criminale, e analizzando le logiche politico-economiche di potere che la regolano, e regolano di conseguenza anche le logiche del nostro paese, nonchè dell’Europa, viene sistematicamente ignorata, evitata, neutralizzata, uccisa.

Forse è la cronaca del mio fallimento, ancora una volta le immagini sono immagini di morte, ma il sacrificio di Siani può essere l’esempio del fatto che esiste un altro modo di parlare della camorra, di denunciarne il funzionamento, di inchiodarla ai fatti. Sono convinto che anche la fotografia, che mai ha realmente mostrato questa realtà, possa servire a smontare il luogo comune, a far capire che la camorra non è un problema di Napoli, della Campania o del sud. La camorra è lo spirito dei nostri tempi, lo stile che regola il nostro vivere odierno, è la nostra classe politica, economica e imprenditoriale. Sono le case in cui viviamo, costruite con materiali e manodopera criminale, sono i dirigenti a cui deleghiamo sempre di più le nostre vite, sono le imprese del fiorente nord-est, “locomotiva d’Italia”, colluse fino al midollo con i clan camorristici che gli abbattono i costi di produzione e trasporto, gli smaltiscono i rifiuti, permettendogli di gonfiare i fatturati. E’ Striscia La Notizia che mostra quotidianamente (finchè il cadavere è caldo) le montagne di rifiuti che ingolfano le strade, le piazze, le campagne campane, senza però occuparsi minimamente di spiegare il perchè di questa situazione, senza addentrarsi nella logica del ricchissimo racket dei rifiuti; i giornali (quando lo fanno) mostrano le discariche intasate, sature fino all’inverosimile, e nessuno dice che la maggior parte dei rifiuti arriva da Milano, dalla Lombardia, dalla Toscana, dal Veneto, da Venezia. Continuiamo a pensare che per fortuna siamo lontani da quelle terre maledette, che in fondo sono terroni, che cosa ci si dovrebbe aspettare da questi incivili, che si ammazzino tra di loro finchè gli pare, e la smettano di campare a sbafo sulle nostre tasse. E continuiamo ad assistere impassibili alla morte di questo paese, anzi continuiamo a scavargli la fossa.

Mi scuso per lo sfogo che forse mi ha portato un pò fuori tema, ma se ha ancora un senso guardare, mostrare, capire, questo senso penso debba essere quello di districare almeno in parte la massa del reale che ci circonda. E combattere quella “oscurità reazionaria, sorda e conformista” (usando le parole di Pasolini) che chiamiamo Potere. 

  

Giancarlo Siani, di Roberto Saviano

E io ti seguo di Maurizio Fiume è un film con il prezioso merito di ricostruire in modo significativo la vicenda di Giancarlo Siani, il suo percorso umano e la sua professione innescata dalla passione del vero.Giancarlo Siani venne ammazzato il 23 settembre del 1985, ormai quasi vent’anni fa, in una Napoli profondamente diversa da quella apparentemente pacificata di oggi, 300 morti ammazzati l’anno la rendevano una città in perenne guerra.  Il movente preciso del suo assassinio per molti rimane un mistero. Non convince la verità processuale o almeno non convince tutti. Quell’articolo di 4000 battute pubblicato su Il Mattino il 10 giugno del 1985 firmato da Siani aveva generato grandi fastidi nel clan Nuvoletta. Il giovane cronista aveva osato insinuare che l’arresto di Valentino Gionta, boss di Torre Annunziata avvenuto a Marano fosse il prezzo pagato dai Nuvoletta per evitare una insostenibile guerra di camorra con il clan di Bardellino. I Nuvoletta decisi a disfarsi del loro scomodo affiliato Valentino Gionta che aveva invaso con i propri affari i territori di Bardellino preferirono venderlo ai carabinieri piuttosto che ucciderlo. L’essere scoperti e denunciati come infami in un articolo su Il Mattino infastidì il clan di Marano e per suo tramite anche il loro più potente alleato Totò Riina capo della mafia vincente di Corleone. I Nuvoletta decretarono la morte di Siani per dimostrare al clan Gionta la menzogna (in realtà verissima) della sua ipotesi. Per molti altri osservatori invece quell’articolo non basta a spiegare la condanna a morte ma piuttosto bisogna dirigere le attenzioni verso le ricerche che Giancarlo Siani stava facendo sulla ricostruzione del dopo terremoto, il grande business degli appalti che aveva rimpinguato le tasche di dirigenti politici, imprenditori e soprattutto camorristi. Siani aveva raccolto materiale prezioso con nomi e situazioni per farne un libro che non vedrà mai luce e le cui bozze non verranno mai ritrovate. Il movente unico che accomuna le diverse ipotesi è però certo: Siani fu ucciso per quello che scriveva. Questo giovane corrispondete riusciva nei ristretti spazi che gli venivano concessi a ricostruire gli scenari di camorra, gli equilibri di potere, evitando di arenarsi sul mero dato di cronaca. Giancarlo Siani gettava nuove ipotesi di senso attraverso gli elementi che scovava sul campo o gli venivano forniti dai fatti. Il suo era un giornalismo fondato sull’analisi della camorra come fenomenologia di potere e non come fenomeno criminale. In tal senso la congettura, l’ipotesi, divenivano nei suoi articoli strumenti per comprendere le articolazioni tra camorra, imprenditoria e politica. Riflettere sul caso Siani non deve essere solo un modo per commemorare il suo sacrificio e ricordare la sua breve vita, deve divenire un necessario momento per considerare lo stato attuale del giornalismo d’inchiesta. Seguendo quanto affermato da Giuseppe D’Avanzo e Carlo Bonini il giornalismo d’inchiesta in Italia risulta una pratica che ormai interessa poco ai lettori ed ai direttori dei giornali, esso sembra ormai defunto. La morte del giornalismo d’inchiesta diventa una garanzia di silenzio sui complicatissimi affari economici della camorra. Questa morte è celebrata dalla greve cappa di silenzio calata definitivamente sull’irrisolta questione dei rapporti tra DC, PSI e Nuova Famiglia, il cartello camorristico che negli anni ’80 e ‘90 riuniva tutte le famiglie campane e che Hobsbawm definì la più grande holding imprenditoriale d’Europa. Dopo rinvii a giudizio, sentenze e appelli, le inchieste giudiziarie si sono arenate e con esse anche quelle giornalistiche. Eppure il pentito Pasquale Galasso aveva iniziato con efficacia a raccontare meccanismi e operazioni economiche, investimenti e rapporti clientelari che stavano mostrando le dettagliate logiche e le precise dinamiche con cui il potere politico democristiano aveva gestito lo Stato. In questa dialettica senza sintesi tra dato storico e dato giudiziario il giornalismo d’inchiesta risulta necessario nel comprendere le modalità attraverso le quali i politici e gli imprenditori sono riusciti a sfuggire alle condanne isolando i sodalizi criminali con cui prima avevano imbastito stretti rapporti e fruttuosi profitti. Tutto invece è scomparso nell’oblio. Oggi la camorra viene rubricata nella cronaca nera o nel migliore dei casi in quella giudiziaria falsando la sua reale potenza che vede affermarsi nel mondo politico ed in quello economico-finanziario. L’omicidio Siani avveniva vent’anni fa eppure a guardare l’orizzonte attuale sembra passato un giorno. La Napoli dei centurioni democristiani che Siani osservava e denunciava non sembra mai esser stata sconfitta: Antonio Gava, Paolo Cirino Pomicino, Vincenzo Scotti, Alfredo Vito, Aldo Boffa continuano ad essere poteri politici ed economici ancora forti e per giunta formalmente immacolati. La camorra d’altro canto non è morta. La sua egemonia è fortissima e totale. I clan campani gestiscono sommando i profitti di ogni attività legale ed illegale oltre dieci miliardi di euro annui, un patrimonio astronomico che si innesta nel tessuto dell’economia legale europea e mondiale. Assurdo in tal senso sembra ancora parlare di criminalità organizzata. Sarebbe cosa più assennata definire i clan una vera e propria imprenditoria capace di accedere al mercato “pulito” con un preziosissimo plusvalore garantito dalla protezione militare, dall’accesso a mercati clandestini e sempreverdi come l’usura e la droga. Mai come in questa fase si avrebbe bisogno di un giornalismo d’inchiesta capace di districare il ginepraio di investimenti che vede i clan camorristici tramutarsi in prestigiose aziende, controllare i trasporti, imporre prezzi e prodotti (vedi caso Parmalat-Camorra) ed ovviamente mutarsi in gradi fucine di voto e di potere politico. I giornali locali sono le uniche testate che danno informazione sulla camorra mutandosi però in bollettini di morte e di faide in un flusso di cronaca senza volontà di approfondimento e denuncia. La figura del giornalista d’inchiesta dovrebbe porsi come intermediario tra la verità giuridica e la verità storica. Due piani assai diversi e sovente non sovrapponibili. Proprio l’infinita costruzione e decostruzione degli elementi, dei fatti, delle ipotesi rappresentano il compito del giornalista che si occupa di camorra. Giancarlo Siani fu ucciso a 26 anni, in una serata ancora estiva di settembre, mentre tornava a casa pieno di vita con la sua Mehari da una giornata allegra. La sua giovane biografia, la foto di quel corpo smilzo ed occhialuto piegato dai colpi di mitra mostrano quanto fragile fosse quel ragazzo le cui vere parole avevano fatto tremare i potentissimi capi di inoppugnabili organizzazioni. E’ proprio in nome della infinita forza della denuncia unita ad una terribile fragilità della persona che bisognerà rintracciare le coordinate per far rinascere un nuovo giornalismo d’inchiesta diffuso ed efficace al punto da non costringere ad un eroica e solitaria battaglia i pochi ed inascoltati inviati di provincia.

sianifoto.jpg Giancarlo Siani 

google

•Giugno 21, 2007 • Lascia un Commento

primo problema da affrontare: trovare le immagini che mi servono. digito su google la parola camorra e mi viene fuori una relativamente esigua quantità di immagini di qualità mediamente bassa; provate a fare la stessa cosa con mafia o cosa nostra. Cerco le foto dei principali boss camorristici odierni e degli anni ‘70: stesso deludente risultato, anzi alcuni non risultano nemmeno, e stiamo parlando di boss-imprenditori che hanno patrimoni sterminati e centinaia di morti sulla coscienza; a malapena riescono a restare a galla nel mare magnum della rete; l’unico con cui mi va un pò meglio è Raffaele Cutolo, Don Raffaè, il Professore, mitico capo della Nuova Camorra Organizzata, che negli anni ‘70-’80 tentò di creare una organizzazione criminale sullo stile di Cosa Nostra, proprio in funzione anti-mafiosa; ma era abbastanza prevedibile, sulla figura di Cutolo e sui suoi rituali massonico-esoterici è fiorita tutta una letteratura leggendaria fatta di aneddoti e citazioni che spesso ha annacquato l’entità della barbarie criminale delle sue azioni. Ma per tutti gli altri, a cominciare dal suo acerrimo nemico Carmine Alfieri, poca gloria… Francesco Schiavone, Paolo e Cosimo Di Lauro, i Nuvoletta, gli Zagaria, i Misso o i Licciardi sembrano sconosciuti al motore di ricerca più efficiente del web. Ora provate a digitare i nomi di Tommaso Buscetta, Totò Riina, Bernardo Provenzano, Tano Badalamenti e vi accorgerete della differenza esponenziale (a questo proposito vorrei sottolineare che secondo le ultime indagini dei magistrati, il giro d’affari della camorra, e in particolare dei Casalesi, sarebbe ben superiore, quasi doppio, a quello di tutta Cosa Nostra) in termini di visibilità con cui vengono trattate mafia e camorra.
Credo sia un segno marginale ma significativo della sottovalutazione costante da parte dei media del problema camorra, sempre relegato alla cronaca nera…

rumore di niente

•Giugno 21, 2007 • Lascia un Commento

ar043img08g.jpgimages-1.jpg020001053404.jpgalcune immagini rubate da internet, la camorra vista dai media (varia qualità, sorry)
espresso_napoli_perduta_cover1.jpg

Premesse

•Giugno 18, 2007 • Lascia un Commento

“Chi non si oppone a questo regresso o degradazione è uno che non ama
chi subisce tale degradazione, cioè gli uomini in carne ed ossa che lo circondano.
Chi invece protesta con tutta la sua forza vuol dire che ama quegli uomini in carne ed ossa.”
Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane

“Mi andava di trovare un posto. Un posto dove fosse ancora possibile riflettere senza vergogna sulla possibilità della parola. La possibilità di scrivere dei meccanismi del potere, al di là delle storie, oltre i dettagli. Riflettere se era ancora possibile fare i nomi, a uno a uno, indicare i visi, spogliare i corpi dei reati e renderli elementi dell’architettura dell’autorità. Se era ancora possibile inseguire come porci da tartufo le dinamiche del reale, l’affermazione dei poteri, senza metafore, senza mediazioni, con la sola lama della scrittura.”
Roberto Saviano, Gomorra

“Chi continua a essere sorpreso dall’esistenza della perversità, chi è disilluso (o addirittura incredulo) di fronte alle prove delle crudeltà raccapriccianti che a mani nude gli esseri umani sono capaci di commettere ai danni di altri esseri umani non ha raggiunto la maturità morale o psicologica.
Dopo una certa età, nessuno ha diritoo a questo genere di innocenza, o di superficialità, a questo grafo di ignoranza, o di amnesia.
Oggi esiste un vasto repertorio di immagini che rende ancora più difficile mantenere una simile forma di carenza morale. Lasciamoci ossessionare dalle immagini più atroci. Anche se sono puramente simboliche e non possono in alcun modo abbracciare gran parte della realtà a cui si riferiscono, esse continuano ad assolvere una funzione vitale. Quelle immagini dicono: Ecco ciò che gli esseri umani sono capaci di fare, ciò che – entusiasti e convinti di essere nel giusto – possono prestarsi a fare. Non dimenticatelo”
Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri

“…E’ un aspetto, questo, dello strano mestiere di cronista che non cessa di affascinarmi e al tempo stesso di inquietarmi: i fatti non registrati non esistono. Quanti massacri, quanti terremoti avvengono nel mondo, quante navi affondano, quanti vulcani esplodono e quanta gente viene perseguitata, torturata e uccisa! Eppure se non c’è qualcuno che raccoglie una testimonianza, che ne scrive, qualcuno che fa una foto, che ne lascia traccia in un libro è come se questi fatti non fossero mai avvenuti! Sofferenze senza conseguenze, senza storia. Perché la storia esiste solo se qualcuno la racconta. E’ una triste constatazione; ma è così ed è forse proprio questa idea – l’idea che con ogni piccola descrizione di una cosa vista si può lasciare un seme nel terreno della memoria – a legarmi alla mia professione…”
Tiziano Terzani, Un indovino mi disse

Parto da qui. Dall’Io so di Pasolini e da quello di Saviano. Due atti d’accusa che rompono un silenzio fatto di pregiudizi, omertà, omissioni. Il clima degli anni ‘70, della strategia della tensione, ricorda da vicino quello che si respira oggi (non) parlando di camorra, impero economico e immaginario egemonizzante – come lo definisce Saviano – che assomiglia in maniera sempre più assillante alla nostra realtà quotidiana.
Un ponte immaginario unisce i due scrittori e le due invettive ed è da quel ponte che voglio analizzare come (non) è mutata la retorica della rappresentazione della camorra da parte di giornali e televisione, capaci solo di reiterare acriticamente gli stessi stereotipi e le stesse iconografie di cronaca nera, mentre la forza della camorra si faceva sempre più di speculazioni edilizie e fabbriche fantasma, racket di rifiuti, impresa criminale e scalate finanziarie.
Ma anche quando gli obbiettivi si ferma(va)no sulla tragedia della morte quotidiana, non vedo alcuna profondità in quelle immagini, rubate da troupes blindate e “turiste”, il cui desiderio di ricerca è soddisfatto dal trofeo fotografico scattato a Scampia o Secondigliano, la cui attenzione calerà nel giro di qualche settimana, riportando il silenzio sulle terre di camorra.
E’ un rumore di niente, fatto di immagini che tacciono e dovrebbero urlare, che dovrebbero raccontare e mi sembra nascondano. Per questo Susan Sontag e il suo pamphlet, per questo Tiziano Terzani. E altri ancora verranno.

Queste le fondamenta. Frammentarie e contraddittorie. Come la verità. La verità è parziale. E’ un errore che non si può confutare. Immagini della realtà, realtà delle immagini. Come si può indagare tramite le immagini la realtà della camorra? Come si può scovarne i meccanismi nascosti, svelarne il funzionamento, mostrare lo scheletro e le ossa, sfatare clichès, tabù e luoghi comuni?
E’ possibile far uscire Napoli dall’oleografia della città maledetta, dei morti ammazzati, dei lenzuoli bianchi e dei bossoli, dei cordoni di polizia, delle urla delle madri, dell’immaginario da baraccopoli? Perchè sono convinto che su questo, e solo su questo, si sia soffermato da trent’anni a questa parte lo sguardo dei mezzi di informazione, compiaciuto e impotente, col gusto della lacrima in primo piano direbbe Gaber, ignorando (più o meno volontariamente)
quanto la camorra sia un fenomeno economico-imprenditoriale che riguarda soprattutto il nord Italia e l’Europa, dove fa i suoi stratosferici affari, e che trova nel segmento criminale il valore aggiunto della sua politica; il sud è fucina di manodopera, eterna miniera di uomini, mezzi e luoghi, discarica a cielo aperto senza soluzione di continuità.
Voglio riflettere sulle possibiltà della fotografia, così come Roberto Saviano parla della scrittura come strumento di comprensione delle dinamiche del reale e del potere.
Gli anni ‘70, in particolare la seconda metà, hanno segnato un fondamentale punto di svolta nella trasformazione della camorra da organizzazione criminale che aveva le sue rendite fondamentali nel narcotraffico e nel racket, a imprenditoria criminale organicamente inserita nel ciclo economico neoliberista, traino e punta di diamante della mentalità postfordista fatta di profitto immediato, subappalti, abbattimento dei costi di produzione e trasporto, turni di lavoro estenuanti e salari bassissimi. Solo che i mass media sembrano non essersi mai accorti di questa mutazione, appiattiti sul fenomeno militare fatto di sparatorie e agguati; la camorra è da sempre relegata alla cronaca nera, ma fermarsi alla tragica brutalità e alla barbarie delle lotte tra clan significa vedere solo la punta dell’iceberg, soffocando col rumore degli spari tutto ciò che fa la vera forza dei camorristi. continua…